I bambini che assistono alla violenza domestica vivono come in guerra

I bambini che assistono alla violenza contro le donne nella propria casa vivono in un ambiente come se ci fosse la guerra.

bambini guerra

Circa 800.000 bambini in Spagna convivono quotidianamente con i maltrattamenti sulle proprie madri.

“I bambini e gli adolescenti testimoni di violenza domestica vivono in un ambiente come in guerra: non sanno mai quando esploderà il prossimo conflitto, incominciano ad essere felici solo quando escono di casa”, sostiene la psicologa Sofia Czalbowski.

« La violenza contro la propria compagna è una forma di violenza verso tutta la famiglia.”

« Non è possibile dissociare il ruolo di genitore da quello di partner: un maltrattante non è un buon padre. »

Segue traduzione dall’articolo http://www.eldiario.es/norte/euskadi/ninos-violencia-genero-ambiente-guerra_0_440606360.html :

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La « PAS » non ha alcun fondamento scientifico

Negli ultimi tempi si sta diffondendo il termine « Pas », acronimo che sta per « Sindrome di alienazione parentale », nei servizi sociali, nei tribunali e persino nei media.

Nei media questo termine è salito alla ribalta nel 2012, quando a Padova un padre invocando la fantomatica « sindrome » è riuscito a far allontanare il figlio dalla madre e collocarlo in una casa famiglia. Il filmato ha fatto scalpore perché le forze dell’ordine insieme al padre hanno utilizzato la forza fisica ed hanno trascinato via il bambino, che cercava di divincolarsi per ritornare dalla madre. Il tutto si è svolto all’uscita del bambino della scuola.

Ma la Pas è davvero una « sindrome »? NO.

E’ una teoria basata sulle convinzioni personali del discusso ( per varie accuse di essere pro-pedofilia) medico neworkese Richard Gardner, convinzioni che lo psichiatra ha diffuso tramite pubblicazione dalla sua casa editrice personale.

La teoria ha preso piede a macchia d’olio poiché è invocabile facilmente anche quando un genitore non assolve i propri doveri genitoriali ma pretende di mantenere i « diritti ». Per un fattore socio-culturale si tratta per la quasi totalità dei casi di padri che invocano la fantomatica Pas contro madri che si occupano dei figli.

La « Pas » proponendosi falsamente come malattia va ad annullare i vari elementi oggettivi che si raccolgono in caso di separazione dei genitori e che presuppongono ci sia una necessità di tutela del figlio verso uno dei due genitori. Si tratta di elementi legati in particolare alla violenza, diretta o assistita (la violenza assistita è sempre violenza sui bambini, anche legalmente parlando).

E’ una teoria che fa cadere qualsiasi possibilità di parola e di tutela da parte del genitore protettivo che esprime la sua contrarietà ai contatti del minore con l’altro genitore e che porta reali preoccupazioni in merito alla pericolosità, alla violenza, all’incolumità fisica e psicologica del bambino. Questo anche di fronte a fatti accaduti, interventi delle forze dell’ordine, prove. Il genitore protettivo, in genere, appunto, la madre, diviene così genitore « alienante ».

Anche il bambino/la bambina stesso/a di fronte alla Pas viene messo/a a tacere, perché la sua eventuale contrarietà nell’ incontrare il padre non sarebbe dovuta ad una reale non-volontà, le sue eventuali paure non sarebbero reali paure, il suo malessere non sarebbe dovuto al non desiderio di incontrare la persona. Il tutto sarebbe, infatti, legato ad una ipotetica « sindrome » causata dalla « madre alienante ».

Il bambino/la bambina non ha, così, nessuna possibilità di esprimere la sua volontà di fronte alla Pas. Egli/ella va indotto/a vedere il padre biologico, senza se e senza ma.

Il nome Pas è quindi nuovo, coniato negli anni ’90 negli Stati Uniti da Gardner, ma la dinanica plurimillenaria. Il principio rimane quello patriarcale secondo il quale il padre biologico è e rimane « capofamiglia » e può disporre di essa in base al suo status, acquisito con la procreazione. Irresponsabilità, mancanze di rispetto verso le altre persone nella stessa famiglia, violenze ed abusi, mai possono giustificare una perdita dei propri « diritti di padre » e una presa di posizione da parte degli altri componenti.

pas

(Resilienzainesilio)

Nota: poiché al giorno d’oggi tutto è questione di marketing, contro le critiche a Bongiorno e Hunziker nel loro sostenere la Pas, critiche mosse da centri antiviolenza, associazioni che si battono per i diritti umani e della stessa comunità scientifica, le stesse Bongiorno e Hunziker rispondono arruolando Raul Bova in uno spot pubblicitario.

Leggi l’articolo qui, su Il Ricciocorno.

« Meglio le botte del mio ex che quelle dello Stato Italiano »

minnacciare picchiare umiliare

Una donna non ascoltata, costretta a cambiare numerose volte dimora e a farla cambiare ai propri figli per proteggersi dalla violenza del proprio ex compagno, che si ritrova infine indagata dallo stesso tribunale proprio per il fatto di far cambiare domicilio ai figli.

Qui la lettera di Necéra Benali, giornalista algerina esiliata in Italia dal 1994, pubblicata su La 27a ora.

In questa storia ha influito sicuramente un mix esplosivo di sessismo, razzismo e classismo.

Purtroppo, però, le dinamiche al suo interno non sono così rare, direi persino comuni. Basta entrare in un centro antiviolenza e ascoltare le donne per rendersene conto: una donna che denuncia violenza da parte di un compagno o ex in italia è SEMPRE corresponsabilizzata dalle istituzioni e alla sua parola viene dato poco credito (vedi il tragico caso del piccolo Federico Barakat, ucciso dal padre in uno degli incontri richiesti al tribunale dai servizi sociali, e la sua mamma mai ascoltata Antonella Penati).
Ritengo che questo sia il punto cruciale su cui dobbiamo riflettere e lavorare: una legge contro lo stalking come quella che abbiamo in Italia in un Paese non sessista funzionerebbe.
Se la donna, però, non viene creduta e se quando, dopo tanta fatica e sofferenza per tutto quello che già ha subito, porta  una serie infinita di prove viene individuata come responsabile della violenza subita (non avrebbe dovuto trovarsi in un certo luogo, avrebbe « provocato »… ecc) è TOTALMENTE INUTILE promulgare nuove leggi per contrastare il femminicidio. 
Esse non vengono applicate, infatti, secondo la logica originaria dei legislatori. Nell’ affrontare i casi reali vengono riproposti i pregiudizi degli operatori della giustizia, che sono più in generale quelli della società sessista italiana.
E così non si condanna chi si deve condannare, non si tutela chi si deve tutelare, « i panni sporchi si lavano in famiglia »… e le donne vengono uccise.
Italia 2015: benvenutE nel Medioevo.
Un estratto della lettera di Necéra Benali:
« Vorrei scusarmi con tutti i signori giudici, avvocati, consulenti psicologi (d’ufficio o di parte), carabinieri, poliziotti, medici del pronto soccorso, testimoni… che ho disturbato nelle ultimi tre anni. Vorrei scusarmi anche con le lettrici e i lettori della 27ora, che qualche mese fa ho coinvolto in una vicenda così intima. Da allora, qualcosa è cambiato. Ma in peggio. Il tribunale di Vicenza non ha ancora deciso nulla sul destino mio e dei miei figli. In compenso un altro tribunale, la procura di Terni, ha deciso di indagarmi, perché ho voluto proteggere me stessa e i miei bambini. Vorrei fare un pubblico mea-culpa e dire a tutti che sono stata stupida, troppo sicura di me, ingenua e superficiale. Quando ho dovuto lasciare il mio Paese, l’Algeria, 20 anni fa, perché condannata a morte dagli integralisti armati, pensavo, ero certa, che come persona, come donna, come intellettuale, qui sarei stata più rispettata. Ero sicura che i miei diritti e la mia dignità sarebbero stati salvaguardati meglio in Italia, in Europa, in Occidente, più che in Africa e nel mondo arabo-musulmano.

Ma ora mi devo rassegnare a questa amara verità. La mia persona, la mia vita, la mia incolumità non contano nulla di fronte alla prepotenza e all’influenza del mio ex…
Dalla donna combattiva, in carriera, indipendente, positiva, piena di vita e fiera che ero, sono diventata una poveraccia. Si, non mi vergogno a dirlo. Ridotta ad accettare la carità da parenti e amici per pagare l’avvocato e andar avanti, senza far mancare nulla ai miei figli, due cittadini italiani. Ho perso il mio lavoro, il mio reddito, prosciugato i miei risparmi, accumulato debiti, messo su chili per l’ansia e l’impossibilità di continuare a fare sport, non vedo i miei parenti e genitori da 4 anni, non ho più nessun contatto con i miei amici, vivo in affitto e ho dovuto cambiare tre regioni (Veneto, Umbria, Lazio) per sfuggire al suo stalking. Perché nonostante una quindicina di denunce con referti medici (di cui uno di 20 giorni), testimonianze, registrazioni, lui non ha mai avuto la minima condanna, neanche un ammonimento verbale. Avrebbe sicuramente rimediato una condanna e forse sarebbe stato incarcerato se avesse maltrattato un chihuahua. Ahimè, io non sono un chihuahua. Sono solo una disgraziata araba musulmana che ha sbagliato il Paese dove rifugiarsi e l’uomo da amare. Ho sbagliato tutto. E allora, aspettando Godot, per due volte ho preso i miei figli, i loro giocattoli, i miei libri e ho cambiato casa, comune, regione… »
Resilienzainesilio
impunidad

Decodificare le (non) argomentazioni degli abusanti: i loro PRETESTI non possono MAI costituire GIUSTIFICAZIONI

Bellissimo video.

Scrivo alcuni suoi messaggi che vale la pena esplicitare, a mio avviso ancora più significativi del messaggio esplicitato in coda nel video.

Perché la violenza di genere si può combattere solo con un CAMBIAMENTO CULTURALE, e non rivolgendosi esclusivamente al singolo individuo.

  1. Le argomentazioni degli uomini maltrattanti NON SONO SCUSANTI ma vanno lette con una certa capacità di analisi, andando oltre la superficie. Nessuna « mancanza » o « provocazione » (nell’ottica dell’abusante) può fornire una giustificazione alla violenza. Occorre saper distinguere comportamenti, ruoli e scopi. Bisogna imparare a DECODIFICARE, lavoro che fa l’operatore nel filmato: « lei non sapeva smacchiare una camicia, era testarda come un mulo » => PREPOTENZA; « a colazione, pranzo, cena … ghiande », « aveva quel vestito rosso, non ci ho visto più » => EGOISMO, INTOLLERANZA; « mi infastidiva… », « la mia femmina », « avevo la luna storta.. »  => RABBIA, POSSESSO.
  2. Come PERSONE abbiamo il DOVERE di rispettare le altre PERSONE con cui abbiamo a che fare in quanto, appunto,  ESSERI UMANI.

(Resilienzainesilio)

IL SEMAFORO ROSSO 2: L’ « ANSIOSA » (RACCONTO)

Se le infrazioni al codice della strada fossero trattate come la violenza di genere…

IL SEMAFORO ROSSO 2: « L’ ANSIOSA » (RACCONTO)

SEMAFORO ROSSO

Al telefono… 

A: Agente

LA: L’ “ansiosa”

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A: “Commissariato, buongiorno.”

LA: “Sì, buongiorno. Chiamo per una segnalazione stradale.”

A: “Dica.”

LA: “Al semaforo tra Via Della Scuola e Via Case Nuove alla mattina intorno alle 8,00 passa quasi quotidianamente un’auto grigia che non si ferma al rosso. Stamattina stava investendo me e mio figlio. Al momento dal finestrino ci ha pure insultato, poi ci ha chiesto scusa… ma nonostante le scuse sappiamo che lo rifarà! E’ già successo altre volte. Ci sono altri genitori terrorizzati, passa proprio quando accompagniamo i bambini.”

A: “Ah, sì, signora lo conosciamo. Niente, è seguito dai servizi stradali. Piano piano la capirà… “

LA:  “Come “la capirà”? Ma voi non lo fermate? Ma siete al corrente che tempo fa ha già tirato sotto un’anziana?”

A: “Fino adesso non è successo nulla di grave, signora… non possiamo mica arrestarlo. L’anziana è stata toccata ed ha perso l’equilibrio ma stava bene. Ora il signore è seguito dai servizi stradali.”

LA: “Ma passare col rosso non è grave? Mi chiedo come possa avere ancora il diritto di guidare!”

A: “Signora, stia calma. Mi sembra troppo agitata. La faccio contattare dai servizi stradali.”

LA: “Ma scusi… ma io cosa c’entro coi servizi stradali? E’ lui che passa con il rosso.”

A: “Lui è già seguito. Lei e suo figlio, come chiunque altro, avete il diritto di circolare tranquillamente per strada. Per questo la rimando ai servizi stradali.

LA: “Ma voi dite una cosa e ne fate un’altra! Dite che ho il diritto di circolare liberamente ma finché lo stronzo passa col rosso di fatto non ce l’ho!”

A: “Signora, abbassi il tono e moderi i termini perché le ricordo che sta parlando con un Pubblico Ufficiale. Le ripeto, non possiamo fare nulla nell’immediato, segnalo la cosa ai servizi stradali. Potranno aiutarla ad affrontare la situazione, che comunque è già nota, con più calma.”

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Ai servizi stradali 

LA: L’ “ansiosa”

S: Stradologa

AS: Assistente Stradale

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S: “Buongiorno. Abbiamo un rimando da parte del Commissariato. Sembra che Lei sia in un forte stato di ansia.”

LA: “Ma guarda un po’… Sì, proprio così!”

S: “Come mai signora?”

LA: “Ma mi prendete in giro?”

AS: “Signora, stia calma.”

Pausa di silenzio…

AS: « Allora signora, cosa ci dice? »

LA: “Scusi se mi sono alterata ma l’agente con cui avevo parlato mi aveva detto che sapete tutto, che la situazione è nota, che voi dei Servizi Stradali seguite già l’autista che ho segnalato e la domanda che mi avete posto mi è sembrata davvero una presa in giro!”

S: “Signora, se noi glielo chiediamo è perché vogliamo sentirlo da lei. Vogliamo aiutarla, se riesce a calmarsi: il nostro compito è far sì che tutti in strada possano circolare serenamente ma lei è troppo agitata e rischia di passare questo malessere anche a suo figlio che cammina in strada a fianco a lei.”

LA: “Ma vorrei vedere voi, rischiare la vita quotidianamente per uno stronzo che passa col rosso e non si può mai prevedere se quella mattina lo si incontra… e nessuno gli dice niente, nessuno lo ferma. In base a che cosa io dovrei essere tranquilla?”

AS: “Signora, però a questo punto se la cosa la fa stare tanto in ansia cerchi delle soluzioni.”

LA: “Delle soluzioni di che tipo, scusi? Più che segnalare alle autorità cosa dovrei fare?”

S: “Io le consiglio di agire su più fronti: prima cosa cambi quelle abitudini per cui si sente in pericolo. Ad esempio potrebbe portare suo figlio a scuola un quarto d’ora prima. O cambiare la scuola, o non andarci a piedi…”

LA: “Sono io che devo cambiare le mie abitudini?”

S: “ Direi di sì perché è lei che solleva il problema. Seconda cosa ora parlo col medico stradale perché le consiglierei l’assunzione di alcune gocce di STRADax per calmarsi un pochino..”

LA: “Guardi che non ho intenzione di prendere alcun medicinale: io segnalo un reato e poi la conclusione è che il problema è mio? Ma in che mondo viviamo?”

AS: “Vede, signora, il problema è che Lei, a differenza dello stesso autista in questione, non è collaborante. Noi siamo qui per aiutarla, e con Lei aiutare suo figlio, ma se lei continua con questo suo atteggiamento non ce lo permette.”

Il primo episodio de « Il semaforo rosso » lo trovate qui.

(Resilienzainesilio)

NON RESTIAMO MUTI

Donne che uccidono uomini: il processo di Alexandra Lange e l’arringa del magistrato Luc Frémiot

Negli ultimi giorni è balzato alla cronaca un caso di una donna che ha ucciso il marito dichiarando di non riuscire più a sopportare le violenze da parte di lui. Sono fatti che stimolano dibattiti e fanno interrogare.

In Francia il 26 gennaio scorso è andato in onda un film sul processo ad Alexandra Lange, donna vittima di violenza coniugale che ha ucciso il suo coniuge, Marcelino Guillemin, il 24 giugno 2009. Il film ha tenuto incollati 8 milioni e mezzo di telespettatori alla seconda rete nazionale.

La donna nel processo ha portato alla luce tutte le violenze subite in 14 anni di convivenza con il suo abusante, come la relazione la teneva incatenata e come le sue richieste di aiuto alle istituzioni, forze dell’ordine e servizi sociali, siano state inefficaci. Ha raccontato inoltre tutte le tattiche di sopravvivenza da lei usate per proteggere sé ed i suoi quattro bambini.

Il magistrato Luc Frémiot, inizialmente duro e con una posizione accusatoria verso l’imputata, il 23 marzo 2012, nell’arringa finale del processo domanda fermamente la sua assoluzione e chiede scusa da parte della società alla donna per non averla saputa proteggere. I sei giurati lo ascolteranno: la donna verrà rilasciata e verrà riconosciuta la legittima difesa.

Riporto qui la mia traduzione all’arringa scritta dal magistrato riportata su Le Monde, leggermente modificata nel vivo del suo emozionato discorso in tribunale

« Alexandra Lange, abbiamo un appuntamento. Si tratta di un appuntamento inesorabile che pesa su tutte le vittime di violenza domestica. Questo processo va oltre la sua persona, perché dietro di Lei ci sono tutte queste donne che stanno vivendo la stessa cosa. Che soppesano le ombre della notte, il rumore dei passi che fa loro comprendere che il pericolo sta rientrando a casa. I bambini che filano nelle loro stanze, la madre che entra in cucina facendo come se niente fosse nonostante sappia che da un momento all’altro esploderà la violenza.

Sono tutte sorelle, queste donne che nessuno guarda, che nessuno ascolta. Perché, come abbiamo sentito nel corso di questa udienza, quando la porta è chiusa, non si sa che cosa succede dietro. Ma la vera domanda è se vogliamo sapere cosa succede. Se si vuole ascoltare il suono dei mobili che vengono ribaltati, dei colpi che fanno male, degli schiaffi che risuonano e del pianto dei bambini.

Qui, nelle Corti d’Assise, conosciamo bene gli autori di violenza domestica. Delle loro vittime, invece, di solito non abbiamo che un’immagine: quella di un corpo di donna su un tavolo per un autopsia. Oggi, in questo caso, siamo al muro: dobbiamo decidere.

Il mio dovere è quello di ricordare che non abbiamo il diritto di uccidere. Ma non posso parlare di questo atto omicida senza evocare le parole dei bambini: « papà è morto, non saremo più picchiati »; « papà, era cattivo »; « con noi si comportava male, ma non era niente in confronto a quello che faceva alla mamma. »

Non abbiamo alcun diritto di uccidere, ma non abbiamo nemmeno il diritto di violentare. Né di imprigionare una donna e dei bambini in una gabbia di sofferenza e di dolore.

So la domanda che vi ponete: “Ma perché Alexandra Lange non è partita con i suoi figli in braccio?” Questa domanda è posta da uomini e donne che guardano la situazione dall’esterno, con distacco, che non capiscono e dicono: « Ma io me ne sarei andato/a! »  Ne sei così sicuro/a?

Quello che vivono queste donne, ciò che ha affrontato Alexandra Lange, è il terrore, l’angoscia, il potere di qualcuno che toglie il fiato, che toglie ogni coraggio. E’ uscire a fare la spesa in cinque minuti, perché chi ti ha inviato ha calcolato esattamente il tempo necessario per andare a comprare le bottiglie di birra. Ed è a questa donna che si potrebbe chiedere perché è rimasta?

E’ la guerra quello che ha vissuto, Signora, la guerra nel suo corpo, nel suo cuore!

E voi, giurati, non potete giudicare senza conoscere le ferite aperte che ha in lei. E’ questo essere giudice: sapersi mettere nei panni degli altri.

Alexandra Lange, basta ascoltarla e guardarla. Osservare il suo volto devastato. Ma è un volto che cambia quando si parla dei suoi figli. Molti hanno detto che era « passiva ». Ma in realtà è una combattente, questa donna! Ha tenuto ai suoi figli la testa fuori dall’acqua, dall’abisso. Non c’è molto amore in questa storia, ma c’è il suo per i suoi figli, e questo è abbastanza per dare una nuova luce a tutto quanto. Hanno 13, 11, 8 e 6 anni. Loro la amano, Signora, essi saranno la sua rivincita.

Noi, la domanda che dobbiamo porci è: di che cosa è responsabile Alexandra Lange? Quale sarebbe la credibilità, la legittimità mia, l’avvocato della società, se chiedessi la condanna di un’ imputata dimenticando che la società stessa non è riuscita a proteggerla?

Perciò io parlo di legittima difesa. Alexandra Lange ha pensato in quel momento che era in pericolo? In base a quello che ha vissuto, che ha sofferto, si poteva immaginare che quella notte Marcelino Guillemin, suo marito, l’avrebbe uccisa? Ma naturalmente! Era anni che andava avanti, Alexandra era sempre sola. Oggi, io non voglio lasciarla sola. E’ l’avvocato della società che ve lo chiede. Lei, Signora, non ha niente a che vedere con questa Corte d’Assise. Rilasciatela!”

Resilienzainesilio

Maltrattanti che si sentono vittime: “lei mi umiliava, mi maltrattava psicologicamente »

Traduzione di questo articolo da La Republica, autrice Jessica Fillol

vittime e carnefici

Martedì scorso, a Villajoyosa (Alicante), Carlos Alberto Soler ha ucciso la propria madre, suo figlio di sei anni e la sua figliastra di dodici accoltellandoli e colpendoli con un’ascia e per poi mettere fine alla sua vita dando fuoco alla casa. Come se non bastasse, ha lasciato una lettera scritta in cui ha confessato il suo gesto accusando la sua ex moglie e cercando di giustificare il suo atto. Una lettera che è comparsa nella cassetta della posta dei suoi vicini, non si sa se prima o dopo il delitto (se l’abbia imbucata lui o se abbia chiesto a qualcuno di farlo). Nella notizia pubblicata a riguardo si legge che nella lettera l’assassino ha descritto se stesso come una vittima. Tra le molte altre accuse contro la sua ex compagna, si riferisce ad essa come:

« Lupo travestito da agnello »;

« Vipera »;

« Mi ha distrutto la vita, ha psicologicamente abusato di me”;

« Mi ha fatto arrivare a commettere una pazzia”;

« Adesso lei piangerà »;

« Ora sarò io il cattivo agli occhi  della società, il male (…); adesso che vendano alla stampa che gli uomini sono sempre brutti e cattivi; gli uomini sono sempre il male in ​​questo film. »

E qui mi soffermo: il vittimismo di questi uomini che non si riconoscono come maltrattanti. Si ritengono vittime di umiliazioni inesistenti, quando in realtà sono gli aggressori. L’ho detto in precedenza e lo ripeto: gli uomini abusanti non sono pazzi, non sono il male personificato. Rispondono ad una serie di valori appresi, a stimoli concreti e ad un’insicurezza intrinseca. Quando un abusante racconta alla sua vittima che lo umilia come uomo vestendosi come una puttana mettendosi la gonna, che è irrispettoso che lei voglia incontrare degli amici, l’aggressore non è a conoscenza che sta  abusando della sua compagna: crede sinceramente di essere vittima della situazione, pensa di essere stato umiliato dal comportamento della partner e risponde agli stimoli nella maniera in cui sa e può [e arriva fino a dove la stessa società e le istituzioni gli  permettono di arrivare, n.d.t.].  Non prende in considerazione il fatto che le sue richieste possano essere illegittime né il fatto di non avere il diritto di limitare la libertà della sua partner. Pensa di avere il diritto di imporre limiti che lui stesso ritiene opportuni, e se tali limiti non vengono rispettati si sente umiliato e maltrattato. Si sente una vittima.

Questi uomini si sentono in diritto di imporre alle loro partner un modo di vestire, comportarsi, agire e interagire con il mondo che le circonda. Quando le loro partner non si comportano secondo tali norme secondo le quali, a loro avviso, funzionano le relazioni « normali », si sentono attaccati, umiliati e maltrattati. E reagiscono. E quando le loro partner prendono la decisione di separarsi e denunciarli, si sentono doppiamente aggrediti, umiliati e maltrattati, e sostengono di essere vittime di false denunce: – oltre al fatto che si veste “come una puttana”, che “fa la troia” con i suoi amici, la stronza mi ha fatto una denuncia falsa. E siccome l’intero sistema è “hembrista” e protegge le donne [!], il giudice ha preso in considerazione la denuncia. –

Questi uomini che funzionano in questo modo non sono in grado di vedere che non sono vittime ma colpevoli. Non riescono a capire che non hanno diritto di pretendere né tanto meno forzare la sottomissione della propria partner. E trovano un sostegno sociale che è il terreno di coltura ideale per andare avanti finché non si verifica una disgrazia e quindi non è più possibile distogliere lo sguardo e negare l’evidenza. Perché la società minimizza o addirittura annulla i segnali che portano alla violenza, e poi tutti si si disperano quando si arriva alla manifestazione estrema di questo comportamento che essi stessi hanno incoraggiato. Dopo lo chiamano « delitto passionale ».

[To be continued… Appena mi sarà possibile continuerò la traduzione dell’interessante articolo, che tocca vari aspetti implicati nella legittimazione dell’abusante. Resilienzainesilio]