Stupro di gruppo senza colpevole tranne uno: la vittima.

Sette anni fa una giovane donna di 23 anni è uscita da una festa e nelle vicinanze della Fortezza da Basso, a Firenze, in un auto parcheggiata subisce uno stupro da 6 uomini tra i 20 e i 25 anni. La ragazza denuncia il fatto ed inizia tutta la solita macchinosa procedura della giustizia italiana in questi casi: un processo penale, che in quanto tale dura anni e che coinvolge le vittime come i carnefici.

Pochi giorni fa, il 17 luglio 2015, la sentenza della corte d’appello assolve tutti i sei uomini coinvolti.

Ma come si svolge un processo penale? Perché si arriva a queste sentenze nei casi di stupro?

Come abbiamo visto su questo sito inerentemente ad altri casi e ad altri approfondimenti tutto sta nelle argomentazioni prese in considerazione da magistrati e giudici durante i processi. Esse spesso, per non dire quasi sempre, si sposano perfettamente alla mentalità sessista diffusa nel nostro Paese, per cui gli operatori della giustizia (magistrati, giudici, consulenti chiamati in causa) assicurano l’applicazione e la perpetuazione di pregiudizi comuni. Nei casi di violenza di genere, così, i ruoli si ribaltano.

Le domande diventano non « Come è successo? Quando? Dove? Chi è stato? Quale pena merita il/i criminale/i? »

ma

« Chi è la vittima? Che vita conduce? E’ normale o ha qualche atteggiamento/interesse strano? (Vedi filosofie orientali – Laura Roveri- o esperienze omosessuali – come in questo caso.) Ha davvero subito? E se non fosse così? E se è successo ed è innegabile che é successo: se il violento avesse le sue ragioni? Perché la vittima non si è sottratta? Perché non si è ribellata? E se si è ribellata… perché prendere il rischio di rivoltarsi davanti ad uno o più uomini violenti? Allora se l’è cercata! (In entrambi i casi precedenti.)

Sospetto, ricerca morbosa di particolari a sfavore della vittima, diffamazione. Perché in Italia una donna che denuncia di aver subito violenza da parte di un uomo ne subirà un’altra meno evidente, più silenziosa e insidiosa, per un lungo periodo dalle istituzioni. Esse vivisezioneranno lei per trovare scusanti al suo carnefice. Questo abbiamo visto che succede alle vittime quando in vita ma anche dopo, nel caso di femminicidi, quando verranno accettate argomentazioni a difesa degli assassini che si rifanno alle condotte di lei: troppo indipendente o dipendente da lui, poco comprensiva o troppo, non aveva concesso il rapporto sessuale o l’aveva concesso quindi « ci stava », ecc…

A volte la donna subisce prima la violenza maschile poi quella istituzionale, come in questo caso. Una violenza atroce durata una notte ed una seguente durata anni. Violenze i cui effetti, per entrambe, si perpetueranno per tutta la vita.

Altre volte dovrà avere a che fare con entrambe contemporaneamente: vedi violenza coniugale e stalking. In questi casi, infatti, la vittima dopo aver denunciato dovrà continuare a subire violenza e nello stesso tempo dimostrare alle istituzioni di subirla, questo insieme al dover persino giustificare se stessa per il fatto di esserne sottoposta, soprattutto quando sono coinvolti minori e servizi sociali. Come se, senza un intervento esterno, richiesto dalla donna che denuncia (che in caso contrario non denuncerebbe), una semplice formula magica pronunciata dalla donna stessa potesse far smettere al violento di essere violento. Puf!

Quanta forza deve avere una vittima di violenza per affrontare tutto questo?

La ragazza sopravvissuta allo stupro di Firenze scrive una lettera in cui dichiara di avere tuttora, a distanza di sette anni, attacchi di panico, flashback e incubi continui. Racconta di non riuscire più a vivere nella sua città poiché ossessionata dai brutti ricordi e dalla paura del giudizio delle persone.

Racconta di come sia stata analizzata al microscopio la sua vita a causa della sua denuncia e si chiede se l’unico modo per essere considerata vittima sarebbe stato passare l’adolescenza e la propria vita chiusa in casa con la gonna alle caviglie e lo sguardo basso. E’ una provocazione, ovviamente: sappiamo molto bene che se così fosse stato sarebbe stata considerata una sprovveduta, asociale, ingenua e per questo una persona che non avrebbe gestito a  dovere la situazione a causa di una sua incapacità ed ineguatezza. La colpa si sarebbe rovesciata su di lei, anche in questo caso.

– Per chi volesse far sentire la sua voce contro questa sentenza può firmare una petizione lanciata on line.

(Resilienzainesilio)

blame the system

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